Analisi…

Ecco qui l’inizio de: “Gli assassinii della Rue Morgue” di Poe (pubblicato nella raccolta "Racconti di enigmi" sempre di Poe). Il continuo di questo libro è "IL MISTERO DI MARIE ROGET", sempre pubblicato in quella raccolta ed ancora più affascinate.

Questo brano è molto interessante e mi ha fatto molto riflettere e non ho potuto dargli torto… Vi consiglio inoltre la lettura del racconto integrale… è un giallo veramente interessante!!!!!

 

Il canto che cantavano le Sirene, il nome che
assunse Achille quando si nascose fra le don-
ne,  per difficili che siano, non sono questioni
 al di là di ogni congettura.
Sir Thomas Browne

 

Le facoltà mentali che si sogliono chiamare analitiche, sono, di per se stesse, poco suscettibili di analisi. Le conosciamo soltanto negli effetti. Fra l’altro, sappiamo che, per chi le possiede al più alto grado, sono sorgente del più vivo godimento. Come l’uomo forte gode della sua potenza fisica e si compiace degli esercizi che mettono in azione i suoi muscoli, così l’analista si gloria di quella attività spirituale che serve a “risolvere”. E trova piacere anche nelle occupazioni più comuni purché diano gioco al suo talento. Così gli piacciono gli enigmi, i rebus, i geroglifici; e nelle soluzioni dimostra un acume che al discernimento volgare appare soprannaturale. E i risultati, abilmente dedotti dalla stessa essenza e anima del suo metodo, hanno veramente tutta l’aria dell’intuito.

La facoltà di risolvere è probabilmente molto rinforzata dallo studio delle matematiche e in modo particolare dall’altissimo ramo della scienza che – impropriamente e solo in ragione delle sue operazioni in senso retrogrado – è stata chiamata analisi, come se fosse proprio l’analisi dell’eccellenza. Tuttavia il calcolo non è in se stesso un’analisi. Un giocatore di scacchi, per esempio, fa l’uno senza perdersi con l’altra. Ne viene di conseguenza che, riguardo ai suoi effetti sul carattere mentale, il gioco degli scacchi è di solito sopravvalutato, e di molto. Io non sto scrivendo un trattato, ma semplicemente pongo di prefazione a un racconto piuttosto singolare alcune mie osservazioni prese alla rinfusa; approfitto dunque dell’occasione per asserire che il massimo potere della riflessione è più decisamente e utilmente provato dal modesto gioco della dama che non dalla complicata futilità degli scacchi. In quest’ultimo essendo i pezzi dotati di movimenti diversi e bizzarri e di valori diversi e variabili, quello che è soltanto complessità vien preso (errore abbastanza comune) per profondità. L’attenzione sì, è messa in gioco moltissimo. E se per un momento si allenta, si commette una svista che risulta in una perdita o nella disfatta. Essendo i movimenti possibili, oltre che varii, involuti, le occasioni di quelle sviste ne vengono moltiplicate; e in nove casi su dieci non è il giocatore più acuto ma il più concentrato che vince. Nel gioco della dama al contrario, nel quale la mossa è una sola e non subisce che poche variazioni, le probabilità di inavvertenze sono minori e l’attenzione del giocatore relativamente libera, per cui i vantaggi riportati da questo o quel contendente si ottengono grazie a una perspicacia superiore. Per essere meno astratti, supponiamo un gioco di dama nel quale i pezzi siano ridotti a quattro sole dame e nel quale naturalmente non si suppongono sviste. È ovvio che (essendo la parti assolutamente eguali) la vittoria non può esser decisa che per qualche abile mossa dovuta a uno sforzo potente della mente. Privato delle sue risorse ordinarie, l’analista penetra nell’animo del suo avversario, si identifica con esso, e non di rado scopre a colpo d’occhio l’unico modo possibile (metodo talvolta di un’assurda semplicità) per attirarlo in un tranello o farlo cedere in un calcolo sbagliato.

Da tempo il gioco del whist è stato rammentato per la sua azione sulla facoltà del calcolo; si sa di uomini del più alto grado d’intelletto che vi prendevano parte in apparenza incomprensibilmente mentre evitavano come troppo frivoli gli scacchi. E, difatti, non vi è nulla che metta alla prova la facoltà dell’analisi, come questo gioco. Il miglior giocatore di scacchi della cristianità può essere poco di più che il miglior giocatore di scacchi; laddove esser forte nel gioco del whist significa posseder la capacità di riuscire in tutte quelle imprese ben altrimenti importanti nelle quali una mente si trovi a combattere con un’altra. E dicendo “esser forti” ho voluto alludere a quella perfezione nel gioco che implica l’intendimento di tutte le sorgenti dalle quali possono derivare vantaggi legittimi, i quali non sono diversi ma complessi e spesso si nascondono in recessi del pensiero assolutamente inaccessibili al ragionamento comune.

Osservare attentamente, vuol dire ricordarsi distintamente: sotto questo punto di vista, il giocatore di scacchi che ha potere di concentrazione, sarà un buon giocatore di whist; poiché le regole di Hoyle (anch’esse basate sul semplice meccanismo del gioco) sono sufficientemente e generalmente intelligibili. Così, aver buona memoria e procedere secondo le regole del manuale, è quanto di solito si considera bastevole a giocar bene. Ma ci sono casi che non rientrano nei limiti delle regole comuni, e allora si manifesta l’abilità dell’analista. Questi fa, in silenzio, le sue numerose osservazioni e deduzioni. Lo stesso fanno forse i suoi compagni; e la differenza nella estensione delle nozioni così acquistate non sta nella validità della deduzione, quanto nella qualità dell’osservazione. L’importante è sapere che cosa osservare. Il nostro giocatore non conosce limiti, né, per quanto il gioco sia il suo oggetto, disprezza le deduzioni che provengono da cose estranee al gioco. Egli esamina la fisionomia del suo compagno, paragonandola accuratamente con quella di ciascuno dei suoi avversari. Considera il modo col quale ognuno dispone in mano le sue carte; spesso, grazie agli sguardi che i giocatori danno alle carte, riesce a contare punto per punto quello che hanno in mano. Tien conto, a mano a mano che il gioco va avanti, di ogni cambiamento di fisionomia, e delle varie espressioni di certezza, di sorpresa, di trionfo o di dispiacere, fa raccolta di mille pensieri. Dal modo di fare una presa, indovina se la stessa persona abbia di che farne un’altra durante la partita. Riconosce se una carta è giocata per fare una finta, da come viene posta sul tavolino. Una parola casuale, involontaria, una carta che cade o si rovescia per caso, se viene raccolta con ansia o noncuranza di nasconderla, il conto delle alzate e l’ordine nel quale si succedono, l’imbarazzo, l’esaltazione, la prontezza, la trepidazione; tutto, insomma, per la sua capacità, in apparenza intuitiva, di percezione, tutto serve a denotare il vero stato delle cose. Così dopo i primi due o tre giri, egli è padrone del gioco di ognuno e butta ogni carta con perfetta cognizione di causa, proprio come se gli altri giocatori avessero scoperte le loro.

La facoltà di analisi non deve esser confusa con la semplice ingegnosità; mentre l’analista è necessariamente ingegnoso, l’uomo ingegnoso è spesso refrattario all’analisi. La facoltà costruttiva, o di combinare, per mezzo della quale l’ingegnosità si manifesta in genere, e alla quale i frenologi (secondo me, a torto) assegnano un organo a parte, supponendola una facoltà primordiale, si è così di frequente riscontrata in esseri la cui intelligenza confinava nell’idiozia, da affittare l’attenzione generale degli scrittori di psicologia. Fra l’ingegnosità e la capacità analitica vi è in realtà ina differenza assai più grande che fra la fantasia e l’immaginazione, epperò di un carattere strettamente analogo; per cui si troverà che l’uomo ingegnoso è sempre ricco di fantasia, ma che l’uomo veramente d’immaginazione non può esser che un analista.

Ed  ecco un racconto che potrà apparire al lettore quasi in luce di commento alle proposizioni teoriche qui sopra enunciate. ….

 

Spero che concorderete con me nel dire che è molto interessante e particolare…

Non credo di dover aggiungere niente di mio…

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